A FEBBRAIO SI CONFERMA LA STABILITA’ DEI PREZZI AGRICOLI, NONOSTANTE LE DIFFICOLTA’ DELLE IMPRESE
I prezzi al consumo dei beni alimentari già da tempo si vanno stabilizzando ed a marzo hanno avuto un lieve incremento su base tendenziale (+0,1% a marzo 2010 su marzo 2009), che risulta comunque inferiore all’incremento medio complessivo (+0,3%). Analogo aumento comunque per i prezzi dei beni alimentari si è avuto a marzo 2010 rispetto a marzo 2009 (+0,1%, a fronte di un incremento medio complessivo di 1,4%). Lo sottolinea Confagricoltura, analizzando gli indici provvisori sull’inflazione a marzo, diffusi oggi dall’Istat.
Le aziende agricole – rimarca Confagricoltura – continuano a dare un contributo determinante al contenimento dei prezzi al consumo degli alimentari, nonostante siano sempre più in difficoltà, strette da pesanti costi produttivi e burocratici e da prezzi sui campi in marcata discesa (-6,9% per i prezzi all’origine a febbraio 2010 su febbraio 2009, in base ai dati Ismea).
Economia e natale: l’unico lusso è a tavola
Nonostante la crisi il natale degli italiani non è stato spoglio a tavola. I consumi degli alimentari casa sono addirittura cresciuti di un mezzo punto percentuale. Si calcola che per festeggiare gli italiani spenderanno più di 3,2 miliardi di euro.
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Secondo le prime stime della Cia, non c’è stato il tanto temuto crollo nei consumi alimentari che sono cresciuti, in quantità, dello 0,5 per cento. Vince ancora una volta la tradizione e il “made in Italy”. Niente spese folli. Salmone, ostriche, caviale e frutta esotica con il contagocce. Bene vini e spumanti nazionali che battono lo champagne. In crescita i dolci, con panettoni e pandori che hanno fatto la parte del leone.
Il crollo non c’è stato. A Natale la crisi non ha colpito le tavole degli italiani che per imbandirle hanno speso poco più di 3,2 miliardi di euro. Una festa che è stata trascorsa da nove famiglie su dieci a casa con parenti o amici. E’ questo il primo bilancio della Cia-Confederazione italiana agricoltori sui consumi alimentari per il cenone della vigilia del 24 dicembre e per il pranzo del 25 dicembre che hanno registrato, in quantità, una crescita dello 0,5 per cento rispetto al 2008, mentre la spesa, in termini monetari, è aumentata dell’1,2 per cento nei confronti allo scorso anno. Consumi che, comunque, hanno visto affermarsi ancora la tradizione e il “made in Italy” a discapito di prodotti come lo champagne, il salmone, le ostriche, il caviale, la frutta esotica che si sono venduti con il contagocce.
La spesa alimentare -secondo le stime della Cia- è stata così ripartita: in 1,1 miliardi di euro per carni e pesce, di 630 milioni per primi piatti e per il pane, di 500 milioni per dolci (con panettoni e pandori che hanno fatto la parte del leone); 420 milioni per vini e spumanti (per il 94 per cento italiani), 350 milioni per formaggi e salumi (molti dei quali a denominazione di origine) e 210 milioni per frutta fresca o secca.
Non è, quindi, stato un Natale opulento, ma neanche tanto “freddo” sotto il profilo dei consumi alimentari. Le vendite, come qualcuno paventava, non sono andate a picco. Gli italiani non hanno rinunciato a festeggiare a tavola, anche se gli acquisti, rispetto agli anni passati, sono stati molto più oculati. E questo soprattutto a causa della crisi economica e delle preoccupazioni che suscita presso le famiglie del nostro Paese.
Dalle prime stime si ricava, infatti, che -sottolinea la Cia- gli italiani, sempre più attenti ai conti, proprio per una precaria situazione economica e, in particolare, per i prezzi in crescita, hanno indirizzato i loro acquisti verso prodotti enogastronomici più abbordabili sotto l’aspetto economico. Nella stragrande maggioranza nazionali e tipici delle feste natalizie. Pochi, quindi, i cibi di “fascia alta”. Un vero “stop” alle spese folli.
Una buona performance si è avuta dai vini, soprattutto i rossi. Secondo le stime della Cia, si sono stappate circa 80 milioni di bottiglie, con una crescita del 1,8 per cento rispetto allo scorso anno. Bene anche gli spumanti che hanno registrato un aumento negli acquisti del 2,1 per cento e ancora una volta hanno battuto in maniera schiacciante lo champagne.
La Cia sostiene che per gli acquisti dei prodotti agroalimentari consumati durante le feste natalizie, le oltre 23 milioni di famiglie italiane si sono rivolte in prevalenza alla grande distribuzione commerciale (56 per cento), seguita dai negozi tradizionali (24 per cento), dai mercatini locali (18 per cento), e da internet (2 per cento).
Molta attenzione da parte degli italiani -annota la Cia- è stata rivolta alla vendita diretta in azienda (assai gettonate le fattorie aderenti alla rete “La spesa in campagna”), dove i prezzi sono risultati decisamente più convenienti rispetto ai centri commerciali e ai negozi delle città. Si è potuto risparmiare anche il 30 per cento.
Economia e consumi: Quasi un euro su quattro si spende per la tavola

Economia e consumi: Quasi un euro su quattro si spende per la tavola
Quasi un euro su quattro si spende per la tavola con gli acquisti di alimentari e bevande che ammontano complessivamente a 215 miliardi di euro all’anno, dei quali 144 a casa e 71 per mangiare fuori.
E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini in riferimento alla divulgazione dei dati Istat sul reddito e risparmio delle famiglie, in occasione della tavola rotonda sullo studio Nomisma relativo alla “Filiera Agroalimentare” promossa da Ancd Conad e Federalimentare.
I prezzi degli alimenti aumentano dal campo alla tavola in media di cinque volte ed è quindi necessario intervenire per interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole in un difficile momento di crisi economica”, ha continuato Sergio Marini nel ricordare che “il progetto della Coldiretti per una filiera agricola tutta italiana punta a tagliare le intermediazioni e le distorsioni nel passaggio dal campo alla tavola”.
Le cause della moltiplicazione dei prezzi dal campo alla tavola sono da imputare, per 6 italiani su dieci, a tutti i passaggi intermedi, ma una percentuale elevata di consumatori accusa anche i ricarichi eccessivi applicati dalla distribuzione commerciale e le speculazioni, secondo una indagine Coldiretti/Swg svolta nell’ottobre 2009. Secondo l’indagine per il 47 per cento degli italiani la soluzione migliore da adottare per contenere questa moltiplicazione è quella di incentivare gli acquisti diretti dal produttore agricolo o nei farmers market, mentre il 38 per cento ritiene che occorra promuovere la presenza di prodotti locali e di stagione sugli scaffali di negozi e supermercati.
“Il nostro progetto punta ad offrire prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori e al giusto prezzo”, ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel precisare che “questi prodotti saranno offerti tramite la più estesa rete commerciale nazionale che coinvolge i mercati di campagna amica, i punti di vendita delle cooperative, i consorzi agrari, gli agriturismi e le aziende agricole, ma interesserà anche la rete della ristorazione a chilometri zero e la distribuzione che intenderà partecipare”.
“Lo studio Nomisma evidenzia giustamente le inefficienze presenti lungo la filiera in termini di maggiori costi energetici, del lavoro o amministrativi nei confronti dei concorrenti stranieri”, ha affermato il presidente della Coldiretti nel sottolineare però che “a differenza di quanto accade per gli altri settori all’interno della filiera, i prezzi di vendita dei prodotti agricoli sono decisi a livello internazionale, mentre i costi sono quelli nazionali”. E che problemi esistano nelle fasi successive della filiera lo dimostra il fatto che – conclude la Coldiretti – i consumatori italiani non beneficiano della forte riduzione dei prezzi agricoli che rischia invece di provocare l’abbandono delle campagne, con il crollo delle quotazioni alla produzione che nell’ultimo anno, secondo i dati Ismea di settembre, sono calate del 26 per cento per i cereali, del 22 per cento per la frutta, del 18 per cento per il vino, del 13 per cento per gli ortaggi (-13 per cento) e del 12 per cento per la carne suina.
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Per quanto riguarda il PIL è l’agricoltura il settore più resistente alla crisi (- 1,6 % annuo)

Per quanto riguarda il PIL è l’agricoltura il settore più resistente alla crisi (- 1,6 % annuo)
Con una riduzione dell’1,6 per cento del valore aggiunto reale su base annua è l’agricoltura a dimostrare, tra i diversi settori, la maggiore tenuta nei confronti della crisi. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea Ac Nielsen relativi al primo semestre del 2009, in riferimento ai dati Istat sull’andamento del Pil in Italia.
A incidere sul calo del valore aggiunto agricolo è stata – sostiene la Coldiretti – la discesa del 5 per cento della produzione totale agricola nel secondo trimestre del 2009 per effetto di una forte contrazione delle coltivazioni vegetali del 7 per cento e di un calo del 3,3 per cento nelle attività di allevamento nel secondo trimestre dell’anno. Ma soprattutto – precisa la Coldiretti – hanno inciso le pesanti distorsioni nel passaggio degli alimenti dal campo alla tavola che hanno provocato un calo dei prezzi agricoli del 16 per cento a giugno mentre sugli scaffali c’è stato un aumento dell’1,4 per cento dei prezzi di vendita al consumo dei beni alimentari.
Una situazione che non ha permesso al settore di cogliere i primi segnali di ripresa che vengono dalla tavola con le quantità di prodotti alimentari acquistati dalle famiglie italiane che – conclude la Coldiretti – fanno segnare un incoraggiante aumento dell’1,5 per cento nel semestre del 2009 dopo il calo che si era verificato lo scorso anno.
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